


Fotografare significa impadronirsi di un'espressività mediata dalla tecnica per catturare emozioni fatte di luce.
Fotografare significa apprendere tecniche e metodologie per esprimenrsi attraverso linguaggi fatti di luce ed ombra.
Imparare a fotografare è semplice e difficile contemporaneamente, significa allenare la mente e l'occhio a soffermarsi su cose e situazioni che tutti viviamo quotidianamente cogliendone il significato profondo.
Imparare a fotografare significa abituarsi a guardare anziché a vedere, partecipando a fondo e rendendo partecipi tutti coloro che ci stanno attorno delle nostre visioni.

Ebbene, ecco un altro "primo post".

Sto leggendo un libro. Una raccolta di lettere. Lettere che un uomo scrive ad una sconosciuta notata in un gruppo di persone, dal quale lei sembra volersi estraniare. Lui percepisce questo isolamento come una difesa ostinata e decide di iniziare questa corrispondenza, con la quale le propone, le implora un rapporto aperto ma profondo, libero da qualsiasi vincolo, prettamente epistolare. Un rapporto che, sorprendentemente, sembra sedurla. Un rapporto che nel tempo sembra avvicinalrli e che nel tempo riuscirà a creare il "loro mondo privato". Qualcosa che è difficile instaurare anche nelle coppie che si frequentano da tempo, in modo, come dire...canonico.
Solo il secondo giorno di corrispondenza, dopo una, seppur concisa, risposta di lei, il protagonista risponde con queste parole, semplici ed al tempo stesso complete, parole che spiegano cosa lui voglia da lei, cosa lui sia:
"Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un
ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all'estremità della spina dorsale. Si
chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel
fuoco. Da lì, da quell'ossicino, l'uomo verrà ricreato al momento della
resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco:
cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo.
Voglio dire, quale fosse l'ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile
da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato
anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho
smesso di cercarlo. L'ho dichiarato disperso finché l'ho visto nel cortile della
scuola (dove per la prima volta l'ha vista - Nota del Blogger :) - ). Subito
quell'idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce,
che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un'altra
persona".
Tutto ciò mi incanta. Eppure, nel mio disincanto, so che quella persona non esiste. O, se esiste, non è unica ed è ben contestualizzata. So che l'uomo ( inteso come essere umano) crede di aver trovato il suo luz in qualcuno, finchè non lo vede in qualcun'altro.
Si, un po' di mare mi ha fatto evaporare il cervello. Tanto meglio.
Non che siano mancati gli imprevisti. I miei datori (anzi, le mie datrici: sono tutte donne!) di lavoro hanno avuto la grandiosa idea di organizzare un meeting-aperitivo proprio in mezzo alla settimana all'ora di cena: torna a Roma, trucco e parrucco, vola all'aperitivo, mangia, bevi, sorridi, parla di lavoro, parla di stronzate e poi corri subito al mare; il ragazzo con cui esco è stato chiamato a lavorare sabato: torna a Roma il pomeriggio, ritorna al mare alle 4.00 di notte...allucinante. Ma che vi devo dire...mi sono rilassata tantissimo uguale!
Inoltre, in quello che pensavo fosse un tetro posto vicino Torvaianica, ho sorprendentemente trovato un mare cristallino (ma freddo da far rabbrividire i pinguini) e paesaggi romantici. Per la serie: non se po' mai sapè!
P.S. Da oggi lavoro in una nuova sede, per arrivarci mi faccio tutta la tangenziale. Ci ho messo quindici minuti scarsi ad arrivare (sono arrivata alle 8,15 ed inizio il turno alle 9,00...ho calcolato mele!): ESTATE, TI AMO! Andatevene tutti in ferie ad Agosto, che io rimango nella mia amata Capitale. Deserta e, finalmente, vivibile!




